Non c’è vanto nel ricordare che fummo i primi come fondatori dell’Associazione per il Partito Democratico, a Milano, nel febbraio del 2006, a dichiarare pubblicamente, quando ancora non conveniva ed era sconsigliato, di volerci impegnarci per realizzare il progetto del PD come completamento della stagione politica dell’Ulivo.
Un progetto, dunque, di partito autenticamente plurale, solido e rispettoso delle diverse compenenti e aperto a processi di rinnovamento delle sue classi dirigenti, in continuo rapporto e osmosi con la società.
Oggi, a distanza di più di tre anni, un partito che si autodefinisce democratico è stato costituito, almeno nell’apparenza, visto che DS e Margherita come collettori finanziari ancora esistono, ma non è il partito che auspicavamo e che serviva la nostro paese.
Con la costituzione di Liberalitalia nel luglio 2007 avevamo ritenuto di poterci ancora credere, tanto che molti di noi si candidarono per farsi eleggere nell’Assemblea Costituente del PD. Molti furono eletti, soprattutto al Nord ed anche brillantemente. Questo patrimonio di impegno disinteressato e gratuito è stato spesso sprecato e mortificato, e oggi ne dobbiamo prendere atto con sincerità.
Tuttavia il progetto iniziale, quello dell’Ulivo prima e del Pd poi, sono ancora validi: anzi, lo sono ancora più di prima, perchè la storia del PD, dalla sua nascita ad oggi, dimostra che senza un vero rinnovamento nelle idee e nei modi di fare politica, questa non sarà mai quello che deve essere: la gestione della cosa pubblica nell’interesse di tutti.
Quell’obiettivo resta il nostro, ma crediamo che possa camminare solo con le gambe di uomini e donne nuovi. Le candidature che ci troveremo a votare il 6 e 7 giugno non sono spesso quelle che avremmo voluto. Ma riteniamo che non sia questo il momento di mollare: andremo a votare e voteremo ciò che quel simbolo -PD- ancora rappresenta, proprio perchè possa rappresentarlo ancora di più.
Ma sarà l’ultima volta: adesso la battaglia si farà, dura, dentro il PD, da qui al prossimo Congresso. Il PD, infatti, non è dei dirigenti che lo hanno sciupato ma dei tre milioni e mezzo di persone delle primarie 2007 che ne sono il vero patrimonio. ’E il momento di riappropriarcene.

