"I condoni fiscali non sono mai una buona idea. Ma soprattutto questo vostro provvedimento mi pare che somigli sempre di più ad un´amnistia, che non è proprio quello che sembrava dovesse essere all´inizio e potrebbe a questo punto rivelarsi controproducente per il paese". Jean-Paul Fitoussi, classe 1942, uno dei più prestigiosi economisti europei, conosce benissimo l´Italia per avervi insegnato a lungo: prima all´Università europea di Firenze, quindi da cinque anni alla Luiss di Roma. Il tutto mantenendo la cattedra di economia all´Institut d´Etudes Politiques di Parigi nonché la presidenza dell´osservatorio francese per la congiuntura.
Perché dice che, con tutti questi cambiamenti, lo scudo fiscale-valutario potrebbe rivelarsi un boomerang per l´Italia?
«Essenzialmente per due motivi. Primo. Vista tutta l´alacrità che stanno dimostrando i legislatori nell´aggiungere emendamenti e postille al provvedimento, potevano ricordarsi di chiarire a molto più chiare lettere una clausola: i soldi che rientrano devono restare in Italia per un certo numero di anni, poniamo tre o cinque, ed essere reinvestiti qui. Invece a quanto mi risulta ci sono solo alcune iniziative private, come quella della Confindustria, ma nessuna regola davvero cogente».
Il secondo motivo di inefficacia?
«Anche quando nella disperata ricerca di capitali si fa un condono, bisogna dare l´impressione certa e ineludibile che questo provvedimento è assolutamente eccezionale, e che mai e poi mai ne seguirà un altro. Già l´Italia non gode di buona fama in questo campo, se poi si allarga a dismisura la portata del condono, fino a farlo diventare di fatto come dicevo un´amnistia, viene ulteriormente penalizzata la credibilità del governo e del paese. Tenendo ben fermo questo, c´è però da fare una riflessione».
Ovvero?
«Non deve suonare come una giustificazione, ma l´allargamento all´impunità del falso in bilancio è quasi insito in un provvedimento del genere. I capitali esportati clandestinamente, la formazione stessa di queste anomale risorse, sono nella grande maggioranza dei casi il frutto di operazioni fraudolente, che spesso comportano proprio il falso in bilancio. Di certo non derivano da operazioni trasparenti o legali. Se il governo vuole davvero il rientro dai capitali, si può in qualche modo capire che accolga anche quelli nati così. Ma ripeto, questa è una spiegazione e non una giustificazione dell´emendamento dell´altro giorno. Lo vede a quali perversioni legali e dialettiche si finisce quando si parla di condoni?»
Anche in Francia, il suo paese, però di condoni ne sono stati fatti...
«Mah, veramente di condoni fiscali ne è stato fatto uno negli anni ´80, poi più nulla. Ora è in vigore una misura sul tipo dello scudo fiscale, è vero, ma c´è una sostanziale differenza: a parte che non c´è la garanzia dell´anonimato, anzi tutto è nato perché il ministero delle Finanze è entrato in possesso di un elenco di tremila potenziali detentori di capitali all´estero, da noi le imposte evase in precedenza si pagano, quasi tutte. Altrimenti, come nel caso italiano, quale convenienza c´è, se il fisco non incassa nulla? Ma poi, me lo lasci dire, aprire le maglie di un condono così largo è quanto meno politicamente non corretto in un momento in cui si dichiara guerra ai paradisi fiscali».
Il governo italiano però almeno a parole aderisce a questa battaglia.
«Il vero problema lo sa qual è? La lotta ai paradisi fiscali sarebbe una tipica battaglia da condurre insieme, come Europa. Così come insieme andrebbe armonizzata la legislazione delle aliquote sulle rendite patrimoniali, per evitare che all´interno dell´Unione i paesi si facciano concorrenza al ribasso sulle tasse. Servirebbero misure comuni, concordate e votate all´unanimità dal consiglio di Bruxelles. E nel consiglio c´è anche il Lussemburgo, e le ho detto tutto».

